Triathlon Cremona Stradivari
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“Il triathlon di Rapperswil, una bella esperienza di vita” Alessandro Pinciroli racconta il suo rapporto con la triplice

14-06-2018

Il triathlon è il legame di tante storie. Ognuna ricca di tratti personali, di ambizioni, di emozioni. Alessandro Pinciroli racconta di sé, della sua esperienza al 70.3 di Rapperswil di domenica scorsa e del suo legame con la multidisciplina.

Iniziamo dalla tua storia sportiva: 42 anni, sei alla terza stagione di triathlon.

Dopo uno stop sportivo di oltre 15 anni (da piccolo ho praticato tennis e molta Pallacanestro), ho iniziato poco più di due anni fa a correre così per gioco, un po’ per tenermi in forma, ma cercando da subito qualche prestazione un po’ più degna del semplice jogging; e così mi sono subito infortunato. Di conseguenza ho deciso di affidarmi a un coach, uno dei migliori, “che avevo in famiglia”, Fabio Vedana, e poco per volta ho imparato a correre, a nuotare e ad andare in bici, ovviamene con un piano di allenamenti mirato a sviluppare quel “motore” e quella forza che mi mancava. Infatti ero molto simile a una Fiat 500 con il carburatore da sistemare, sempre con un occhio di riguardo al fisico in modo da non incappare in altri infortuni.

Qual è stata la tua prima gara di triathlon?

Dopo circa un anno di allenamenti sono riuscito a portare a termine il primo Triathlon Sprint proprio a Cremona, successivamente quello a Peschiera del Garda.

E non ti sei più fermato

Il secondo anno di stagione ho voluto, come si dice in gergo, “alzare l’asticella” e così dopo i due Olimpici di Milano e l’olimpico di Bardolino ho fatto il primo 70.3 di Arona il famoso “AronaMen”, gara molto sofferta ma portata a termine; la stagione l’ho conclusa con la mia prima gara del circuito Ironman 70.3 di Pula in Croazia.

La stagione in corso è iniziata con l’Olimpico del Mugello, per “riscaldare i motori” e vedere come si comportava la nuova bici da Crono: mi piace sempre di più conoscere e provare tutte le novità tecnologiche che i vari produttori mettono in commercio per ottimizzare le performance.

E domenica il 70.3 di Rapperswil

Come da pianificazione stagionale, ho partecipato a una gara molto sentita e famosa del circuito Ironman, il 70.3 di Rapperswil. Avevo calcolato tutto: allenamenti, alimentazione, strategie in gara. Eppure c’era sempre quella percentuale di dubbio o imprevisto che va sempre tenuta in considerazione e che mi faceva rimanere sulle spine. I giorni precedenti la gara avevo visionato il bel percorso in bici tra le colline svizzere con le diverse salite più o meno impegnative e la super discesona velocissima, così da rendermi conto le difficoltà del percorso in bici. Ho “accarezzato” anche l’acqua provando il percorso gare della frazione nuoto e il lago sembrava amico.

Ci racconti la gara?

Domenica sveglia all’alba alle 5:15 per fare colazione e recarmi in zona cambio a sistemare le ultime cose della bici, alle 9.12 partiva la mia batteria. Ore 8.30 mi infilo la muta e vedo partire per la frazione bike la super campionessa Daniela Ryf. I miei battiti iniziano a salire, tra poco si deve partire, continuo a ripetermi che devo stare calmo che non sto andando in guerra, ma è la mia festa!

Chiamano le cuffie bianche nella zona di partenza, scelgo il gruppo un po’ più veloce del mio ritmo solito per cercare di stare in scia e risparmiare un po’ di energie: detto fatto! Parto bene e dopo i 1900 metri esco tranquillo, non affaticato come al solito, e mi dirigo nella zona cambio, via la muta, indosso il casco e identifico la bici, esattamente in centro al campo quindi facile da trovare.

I primi 10 km vanno bene, a velocità di crociera senza forzare troppo, intorno a 200Watt di potenza e 35/38 km/h (due numeri per gli amanti delle statistiche), infatti supero 30 o 40 atleti; questo perché sapevo che poi c’era da affrontare la prima salita molto impegnativa con una media dell’8-9% con picchi da 13% di pendenza per circa 4Km. Montati i rapporti corretti per non “devastarmi subito i quadricipiti” vado su bene (da considerare che erano due giri da 45Km). Finita la salita finalmente il primo ristoro così da rinfrescarmi un attimo e allentare la tensione, e invece ecco l’imprevisto che non vorresti mai che accadesse, un atleta da dietro mi ha supera sulla sinistra e poi svolta repentinamente a destra toccandomi la ruota anteriore e in un secondo cado per terra! Bene, la mia gara tanto programmata era andata a farsi benedire!!

Nonostante la caduta non ti perdi d’animo.

Mi sono  rialzo subito, i ragazzi dell’organizzazione mi aiutano prontamente a spostare la bici e i vari pezzi lasciati sull’asfalto. L’adrenalina al top, inizio subito a verificare la condizione della bici era e ho visto che il cambio posteriore non funziona bene, ma per fortuna riesco a raddrizzare il tutto, così da garantirmi di sfruttare i rapporti più agevoli. Sono solo al 13km e devo affrontare ancora salite al 7-8% e  il secondo giro da 45km per un totale di circa 77 Km. Quindi mentre sto per risalire sulla bici sento l’infermiera che mi dice “Stop” e io penso “ e questa cosa vuole? non ho mica preso un cartellino rosso!!” Semplicemente vuole medicarmi il gomito sbucciato e a questo punto mi accorgo che il mio “fondo schiena lato destro” fa un po’ male, causa la botta della caduta. Il body non è rotto, che fortuna!! L’altro addetto dell’organizzazione mi chiede se intendo continuare, e io gli rispondo che ho una medaglia da portare a casa!

Così risalgo e riparto. Il pubblico mi incita e chiama per nome, e mi sono un po’ emozionato, mi è scesa qualche lacrima…

Sento che la mia bici ha qualcosa e non mi fido in discesa, non riesco a sfruttare a pieno la velocità e quindi recuperare il tempo perso. Arrivo al giro di boa e riparto per il secondo: i primi 10km sono da fare in posizione aero, ma io non riesco a stare sulle appendici per più di 5 minuti, dietro la gamba sembra come se qualcuno mi tirasse la pelle, ritorno sulla salitona del 13%, mi faccio il segno della croce che il cambio riesca a far salire la catena sul 28, e con un colpo sul marciapiede la catena sale e io riesco a spingere quanto basta per superare, tornante dopo tornante, e salire fin su.

Lo speaker mi chiama per nome e cognome e mi domando “va bene chiamarmi per nome, ma per cognome, devo averne combinata un’altra…” penso subito al peggio e tra me e me penso “va beh finita la bici finita la gara, peccato la prima gara senza medaglia”, arrivo davanti alla “dismount line” scendo dalla bici e mi dirigo alla zona cambio, guardo il Garmin e segna 3 ore, tutto sommato visto che sono rimasto fermo circa 15”, un tempo degno, anche se lontano da quanto mi ero prefissato. Mi infilo le scarpe prendo i gel per la corsa, vado al banco dei giudici per vedere se c’è qualche cartellino rosso, perché il tarlo è nella mia testa, mi dicono “tutto ok” e allora parto per la corsa.

Parto a un passo facile senza forzare 5:20 min/km, lo reggo per circa 5 km, ma poi il dolore al gluteo destro si fa sentire e sono costretto a rallentare e a cercare di tenere un passo sopportabile così da farmi “amica” la botta per altri 15km.

Non so come riesca, ma il pubblico mi aiuta tantissimo, gente che non conosco, che mi chiama per nome e mi incita metro dopo metro, chilometro dopo chilometro. Alle 14.00 ci sono circa 30°C e in mezzo allo sterrato l’aria fresca non si sente, è un forno; a ogni ristoro mi butto addosso acqua per cercare di abbassare la temperatura. Le energie non mi abbandonano, cerco in certi punti di accelerare un pochino, ma niente da fare fa troppo male. Così a circa 8km del percorso vedo la famosa scalinata da superare, e inspiegabilmente me la sono divoro in pochi passi, quindi il primo giro è fatto e mi mancavano “solo” 11km. Non mi fermo e inizio il secondo pensando solo a portare a casa questa gara al meglio delle mie possibilità. Così con lo stesso metod,o ristoro dopo ristoro, arrivo al tappeto blu che mi porta alla Finish Line: sento il mio nome dallo speaker penso “ce l’ho fatta anche questa volta nonostante tutto”, l’emozione e la soddisfazione sono grandi, però non nascondo sempre un pizzico di delusione dentro il mio cuore.

Il triathlon come palestra di vita

Se ci pensiamo il triathlon è un po’ come la vita: ci sono momenti difficili, ma poi prevalgono sempre i momenti di gioia. Ci portiamo a casa una bella esperienza di vita, in queste 6h di gara ho ripensato un po’ a tutto il percorso fatto per arrivare fino a qui. Mi ritengo una persona fortunata ad avere affrontato questo percorso di preparazione, che da una parte mi ha portato ad affrontare questa gara, dall’altra mi ha aiutato ad affrontare i problemi di tutti i giorni con determinazione e un po’ più di carica nel credere in me stesso nel raggiungere un obbiettivo. Con la testa e un passo alla volta ragionato sono sicuro che tutti ce la possono fare.