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“Stai costruendo un sogno, non mollare”: Elena Garini racconta come ha realizzato il suo.

15-06-2017

Dal “quasi per caso” al sogno di essere finisher. Viaggiamo con Elena Garini nella sua passione triathlon. Potrebbe essere un cammino uguale a quello di molti triatleti, ma in realtà non è così: ogni percorso ha un animo differente. Vero, è fatto di fattori comuni, come la fatica, le paure, la determinazione, le emozioni, ma ogni volta che si viene accompagnati dal racconto in questa dimensione ci si rende conto di viverla in modo sempre nuovo. Perché le sfumature impresse dagli atleti sono inevitabilmente uniche.

Elena, come ti sei avvicinata al triathlon?

“Ho iniziato ad essere sportiva pochi anni fa, quando finalmente gli impegni famigliari me l’hanno permesso. Il mio avvicinarmi al triathlon è stato un “quasi per caso” spronata da un’amica entusiasta dell’esperienza provata e che ha insistito per mesi affinché io provassi. Mi è piaciuto e alzare l’asticella degli obiettivi da raggiungere è venuto praticamente da sé, da quella voglia di mettersi alla prova, di vedere quali fossero i miei limiti”.

Ed è iniziato un lungo ed emozionante cammino.

In questi anni mi sono divertita e ho anche sofferto, qualche piccola gratificazione me la sono presa, felice soprattutto di riuscire a raggiungere ogni volta il traguardo. Poi l’anno scorso l’idea folle di voler “festeggiare” i 50 anni proprio con la regina delle distanze. All’inizio è stata un’idea tante volte soffocata dicendomi che era veramente troppo, ma poi ha preso sempre più consistenza nei miei pensieri ed è diventato un obiettivo forte da raggiungere, la conclusione di questo mio percorso in crescendo”.

Com’è stato l’avvicinamento al Challenge di Venezia?

“Durante il lungo periodo di preparazione, un amico per spronarmi a continuare nella fatica, mi ha detto “stai costruendo un sogno, non mollare”. Questa espressione mi ha accompagnato nei momenti più pesanti: quando voglia o non voglia, freddo o nebbia, stanca o svogliata dovevo comunque uscire: tempo rubato con i denti alla casa e alla famiglia, stanchissima dopo il lavoro, salti mortali per fare tutto!!!!! il fisico che ogni tanto cedeva e tanti tanti tanti sensi di colpa”.

Il grande giorno è arrivato, ad attenderti 3,8km di nuoto, 180km in bici e 42km di corsa. 

E tu sei lì, in mezzo a tanti altri, che ti sembrano molto più atleti di te, molto più preparati e sicuri di te e ti chiedi “ma cosa ci faccio io qui in mezzo???? Sono veramente una folle”. Ma la sirena, quasi inaspettata, suona e parti, l’acqua ti avvolge e cominci il gesto ripetuto ormai migliaia di volte in allenamento, bracciata dopo bracciata. Il fiato dopo qualche km comincia ad essere pesante, l’acqua si fa sempre più calda e la muta più che un aiuto diventa un fastidio. Una pedata in faccia e una sorsata di acqua schifosa che ti provoca una nausea pazzesca per il resto della traversata. Mille volte pensi al ritiro, ma ogni volta ricominci a nuotare nel silenzio. Da sola. A 200 metri dall’arrivo stai male, ma ti liberi, anche se ti squassa tutta ed esci dall’acqua intontita, ancora incredula di avere fatto tutta quella strada. E pure un po’ “scornata” perché il nuoto era la frazione che meno temevi, perché di acque libere ne hai macinate tante, ma sai che devi cambiarti e prendere la bici, il lungo viaggio prosegue”.

Viviamo insieme questo lungo viaggio.

Pedali per ore, sempre più stanca, il caldo che aumenta, il vento contrario che non aiuta. Ti distrae un poco il panorama, ogni giro ti porta particolari che prima non avevi visto: ogni giro ti porta persone diverse che ti spronano ad andare avanti, bambini con i fischietti, vecchietti sulle seggioline di plastica che urlano di non mollare… E ai ristori angeli travestiti da volontari che si fanno in quattro per sostenerti e darti la forza per andare avanti. Ma comunque sei sola e pensi… pensi… pensi… 180km di pensieri… di scoperte su te stessa… di domande e risposte… di sogni… di progetti”.

Entri in zona cambio, lasci la bici e davanti hai la maratona.

Quella che più temi, quella che sai già soffrirai: la paura di non farcela è tanta, sei stanca, hai caldo, fame, sete, sonno. Nonostante tutto le gambe fanno il gesto che da mesi conoscono e si muovono. Corri e cammini …corri e cammini…e ogni giro è uno in meno, ogni passo ti porta verso quel sogno. Tante altre domande mentre corri, tante altre risposte. Tu e la tua testa, tu e la tua determinazione.

Nasce la consapevolezza lucida che non è importante il riscontro cronometrico, ma solo rendere reale il sogno coltivato per mesi. Così ti ascolti, il tuo fisico urla, ogni dolore ti ricorda dove stai andando e sul percorso appare finalmente la persona a cui tanto hai pensato per tutta la gara e tutto assume una dimensione diversa, ti senti più tranquilla ora che c’è lui!!!! …Ed eccolo, gli ultimi 195metri, il tappeto rosso e l’arco e tu passi incredula nel sentire il tuo nome e la parola FINISHER, incredula di ciò che hai fatto!!!!!!

Il sogno è diventato realtà!

“Ci ho messo due giorni a metabolizzare quello che è successo. Il viaggio è stato lunghissimo, ma estremamente emozionante e spaventoso insieme. Emozioni a 360 gradi, belle e brutte. Le paure sono sempre molto grandi quando si materializzano nella tua mente, ma poi le affronti e ti accorgi che puoi domarle. Sembra sempre impossibile farcela…finché non ce la fai! In questa lunga preparazione, come anche nella stagione scorsa per i due mezzi che ho affrontato, fondamentale è stato il supporto tecnico di Fabio Vedana e in particolare di Marco Sias. Grazie ai loro consigli sono riuscita a realizzare questo sogno, nonostante non sia un’atleta da risultati appariscenti a cui loro sono abituati. E poi mi rimane un pochino di amaro in bocca per il 4 posto di categoria: se nel percorso in bici non avessi sbagliato strada perché non avevo osservato bene le frecce avrei guadagnato proprio quei pochi minuti che mi avrebbero permesso di rendere ancor più meraviglioso questo sogno. Ma anche questo fa parte dei giochi”. Giochi che hanno portato a realizzare un grande sogno.